IL viaggio di un uomo e di due ragazzini, da casa oltre un
lago fino a un'isola attraverso uno straordinario gelido
paesaggio di foreste e acque nordiche, diventa un percorso
di conflitti famigliari, autorità e disobbedienza, paura e
coraggio, morte e vita, rapporto con la Natura e con la
forza fisica: «uno sguardo con intenti mitologici sulla
condizione umana», dice il regista russo quarantenne Andrey
Zvyagintsev definendo il suo primo film «Il ritorno»,
meritatamente premiato con il Leone d'oro all'ultima Mostra
di Venezia, molto bello. Nella casa di due fratelli
ragazzini che vivono con la mamma arriva improvvisamente il
padre che loro hanno visto soltanto in una vecchia
fotografia e del quale non si parla da una decina d'anni.
L'uomo li porta con sè in viaggio, trattandoli laconicamente
da adulti ma anche da bambini; sull'isola dove arrivano, per
incidente muore, e i ragazzi sconvolti debbono faticosamente
riportarlo cadavere a casa, senza riuscirvi. L'uomo affonda
nel lago insieme con la barca. Non si saprà mai se era il
padre oppure no, perchè è mancato tanto a lungo da casa e
perchè vi è tornato, cosa cercava nel viaggio oltre la
cassetta ritrovata sull'isola che è sparita con lui. Forse
un carcerato, tornato a recuperare un bottino dopo aver
scontato la sua pena? Comunque, ha cambiato per sempre la
vita dei ragazzi, anche per la necessità di affrontare
durante il viaggio responsabilità, decisioni adulte. Lo
stile, il paesaggio da fine del mondo, l'assenza di altri,
la intensità silenziosa dei personaggi, la mancanza di
informazioni e motivazioni sono gli elementi d'una qualità
molto rara in un film di debutto con un cast di tutti
esordienti. I due ragazzi, uno più grande e più
obbedientemente pronto a mettersi dalla parte del (forse)
padre, l'altro più piccolo e più ostilmente ribelle allo
sconosciuto, sono molto bravi: fa pena pensare che uno di
loro è morto in un incidente appena finita la lavorazione.
Il regista, ex attore di prosa, indica come suoi maestri
Antonioni e Tarkovski. Il film realizzato con pochissimi
soldi non è realistico nè naturalistico, piuttosto
metaforico e simbolico, d'una trasparenza e profondità
ammirevoli.
Lietta Tornabuoni - La Stampa 30/10/03