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OMBRE ROSSE - NIRVANA
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Samuel L. Jackson, Juliette Binoche, Brendan Gleeson


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(...) l’atteso ritorno di un grande maestro come John Boorman che con il suo Country of my Skull porta i fari dell’attenzione su una delle nazioni più violentate dalla storia. Il Sudafrica, di cui ricorre il decennale dalla liberazione e che proprio in virtù di questo anniversario striscerà più volte gli schermi tedeschi della kermesse.

Un bisturi visivo, quello di Boorman, che ci riporta indietro al 1995, nei primi passi di libertà di un paese che non può non sovrapporre a un desiderio di riappacificazione la necessità di una resa dei conti con il passato. E così, fin dalle prime vedute aeree che spolverano un presente fatto di verdi vallate e distese affiorano, come per soprassalto, immagini di ragazzi manganellati da militari bianchi in divisa, file di bare in cortei funebri e infine il volto sorridente di Nelson Mandela nel giorno della sua liberazione. L’occhio di questo volo panoramico è quello di Langston Whitfield (Samuel L. Jackson), giornalista nero-americano del Washington Post, inviato laggiù per stendere un reportage sulla nuova situazione del paese. E in particolare, sulle commissioni «Verità e Riconciliazione», organi istituiti allo scopo di denunciare e esplorare i crimini dell’apartheid attraverso confronti pubblici altamente drammatici.

Vittime e carnefici posti vis-à-vis in nome di una riconciliazione che è possibile costruire soltanto rompendo i gusci della bugia e dell’omertà. Una volontà di dialogo che, pur riaprendo vecchie e nuove ferite, diventa l’unico fiammifero in grado di far luce sulla grande notte delle atrocità. «Per cicatrizzare i lutti del passato - racconta il regista inglese - non ci si affidava ai tribunali internazionali. Era una soluzione africana a un problema africano, dove prevaleva la filosofia Ubuntu, per cui le azioni di un singolo individuo ricadono inevitabilmente sull’intera comunità. In altre parole, un’esigenza di verità e non la rivendicazione emotiva di un riscatto o di una vendetta, un modo per evidenziare le cose che ci accomunano rispetto alla differenze».

Ed è proprio sulle panche di una di queste messe a fuoco pubbliche che il giornalista afro-americano conoscerà Anna Malan, poetessa engagée, sudafricana di pelle bianca, lì sul posto come commentatrice per la radio. Sulle prime i due si mostrano infastiditi e ostili l’uno all’altro. Troppo spavaldo e classificatorio lui nel condannare l’intera popolazione bianca di connivenza con la violenza della segregazione, troppo ingarbugliata, lei, nelle curve di sensi di colpa mai affrontati di petto. Ma sarà proprio la loro vicinanza e l’influenza reciproca ad allargare pian piano i rispettivi orizzonti, completandone lo sguardo. E così, davanti ai racconti di uomini tagliati nelle mani per far perdere l’impronte digitali anche dopo la morte, elettroshock ai genitali, violenze carnali, e le risposte dei carnefici pronti a discolparsi dicendo di aver eseguito soltanto ordini dall’alto, come per una lenta incubazione, la sofferenza comune trova il modo d’incanalarsi in nuovi sentimenti di affinità.

Ispirandosi al libro eponimo di Antjie Krog, Boorman gestisce con sapienza un’altalena che mescola agli elementi autentici della commissione «Verità e Riconciliazione» le spire di una classica storia d’amore. Alternando ingredienti da commedia a momenti più documentaristici di denuncia, gli scarti d’atmosfera si arricchiscono grazie anche a un montaggio saltellante che procede per efficaci contrappunti. Forse più buono che bello, il film tuttavia riesce a mantenere un’intensità comunicativa, dando pienamente corpo ai fantasmi di una delle più misere parentesi della nostra storia.

di Lorenzo Buccella - L'Unità
 


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