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CAST
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Woody Allen, Helen
Hunt, Dan Aykroyd, Charlize Theron
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PREMI
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RECENSIONI
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SI ride dal
principio alla fine vedendo «La maledizione dello scorpione di
giada» di e con Woody Allen, presentato alla Mostra fuori
concorso: è una commedia brillante molto divertente. Un altro
film sugli Anni Quaranta, 1946, nel quale l’aria del tempo non
sta soltanto nei cappelli maschili di feltro, nelle bionde
platino, nella fotografia dai toni brunorossi dello stupendo
Zhao Fei, ma anche in tanti elementi del cinema d’epoca o dei
romanzi di Hammett, Chandler, Cain: le società di
assicurazioni, i detective privati, le donne cattive, i furti di
gioielli, i battibecchi pronti a trasformarsi in amore,
l’ingenua soggezione verso ipnosi e ipnotizzatori col
turbante, gli adulteri incapaci di mistero, le canzoni
incancellabili («Sophisticated Lady», «Tuxedo Junction», «In
a Persian Market»), la figlia di ricchi degenerata, le
segretarie sexy, i poliziotti scemi, i feticci enigmatici come
lo scorpione di giada. Le allusioni contemporanee, invece,
stanno nella smania di modernizzare, riorganizzare,
ristrutturare continuamente l’azienda (ma, dice Woody Allen:
«Se una cosa non è rotta, perchè aggiustarla?»),
parcellizzare il lavoro facendo ricorso a ditte esterne. Di
questa frenesia di cambiamento è portatrice una bionda da poco
assunta (Helen Hunt), amante del padrone Dan Aykroyd: e il
contrasto aspro tra lei e Woody Allen, che è uno dei migliori
investiatori della società d’assicurazioni, fornisce
l’indispensabile battaglia tra i sessi. Allen protesta: «Si
crede meglio di me perché lei è laureata a Vassar, e io alla
scuola guida». Hunt disprezza: «Sei un dinosauro, adesso
entriamo in un periodo di innovazione scientifica». Allen
accusa: «Russi come un orso con la sinusite». Hunt insulta: «Non
mi piaceresti neppure se fossi l’ultimo uomo sulla terra».
Allen si difende: «Non dubiterete della mia onestà: sono stato
boy-scout per tre anni». Invece dubitano, e hanno ragione. Una
sera, in un locale pubblico, un mago ha ipnotizzato tutti e due,
legandoli per sempre alla sua volontà con le parole «Costantinopoli»
o «Madagascar», a volte rafforzate da un imperioso: «Lo
scorpione di giada lo comanda». Il mago ipnotizza per telefono
Allen, che conosce benissimo i sistemi di sicurezza dei più
ricchi della città (li ha installati lui), gli ordina di rubare
gioielli per consegnarglieli: ma Allen, criminale dilettante,
semina indizi, viene sospettato e arrestato, fugge con l’aiuto
di Charlize Theron, si nasconde in casa di Helen Hunt che
dall’ipnotizzatore viene indotta, pure lei, a rubare gioielli.
Ne seguono pasticci inenarrabili, e risate senza fine. La
ricostruzione d’epoca è spuria e perfetta. Woody Allen recita
con lievità naturale, senza la malavoglia, la tensione e il
nervosismo che si coglievano negli ultimi suoi film; tutti i
personaggi minori (Wallace Shawn in particolare) sono scelti con
sicurezza meravigliosa. E’ un piacere che Woody Allen possa
tornare a farci divertire, che sia apparentemente riuscito a
superare l’ansia e la tristezza procurategli dai troppi guai
degli ultimi anni: «LA MALEDIZIONE
DELLO SCORPIONE DI GIADA» non è più un film di
transizione, ma un traguardo raggiunto.
Lietta Tornabuoni - La Stampa
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