Ora tutti conoscono il nome
della città di Kandahar, assieme a Kabul il principale
obiettivo dei bombardamenti americani sull'Afghanistan. Non
era così solo pochi mesi fa, quando Viaggio a Kandahar
fu presentato in concorso al Festival di Cannes. Sulla
Croisette, il film dell'iraniano Moshen Makhmalbaf si
conquistò l'ammirazione di molti; irritò profondamente il
recensore di Le Monde e altri commentatori. I secondi
gli rimproveravano di estetizzare la sofferenza con immagini
troppo raffinate o, addirittura, di essere "un lungo
clip decorativo al servizio di una causa umanitaria".
Al suo quindicesimo film, Makhmalbaf mette in scena la
sofferenza di un Paese massacrato attraverso una serie
continua di metafore.
Profuga durante la guerra civile dei Talebani, quand'era
ancora una bambina, Nafas è diventata giornalista in
Canada. Ora torna nelle terre dove è nata per soccorrere la
sorella, che le ha fatto sapere la sua intenzione di
togliersi la vita l'11 agosto 1999, giorno dell'ultima
eclisse del millennio. Il Paese è un luogo di corpi
martoriati, negati, cancellati. Gli uomini perdono le gambe,
mutilati dalle mine abbandonate durante vent'anni di guerra
e che pullulano sotto il terreno. Alle bambine s'insegna a
non raccogliere le bambole, bombe fatte apposta per attrarle
e dilaniarle. Corpi e volti delle donne sono scomparsi sotto
il burqa, il velo che le copre da capo a piedi. Entrata
clandestinamente attraverso la frontiera iraniana, Nafar è
testimone di un orrore senza limiti e va incontro a un
destino che il film sceglie di lasciare in sospeso.
In qualche senso, è vero che l'eccesso di estetizzazione (i
veli multicolori sono troppo belli, sullo schermo, per
denunciare la sparizione degli esseri umani che li
indossano) nuoce all'integrità del discorso. Tuttavia i
momenti intensi e ispirati sono molti e possono aiutarci a
capire.
La Repubblica - 14/10/01