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CAST
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Brad Pitt, Tilda Swinton, Cate Blanchett, Julia Ormond,
Taraji P. Henson, Lance E. Nichols, Elle Fanning
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PREMI
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RECENSIONI
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Se io potessi vivere
nuovamente la mia vita,
nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non tenterei di essere tanto perfetto, mi rilasserei di più,
sarei più stolto di quello che sono stato,
in verità prenderei poche cose sul serio.
Correrei più rischi, viaggerei di più, scalerei più
montagne,
contemplerei più tramonti e attraverserei più fiumi.
Andrei in posti dove mai sono stato,
avrei più problemi reali e meno problemi immaginari.
Così inizia "Se io potessi", una delle più belle poesie di
Jorge Luis Borges, ed è questo il concetto al centro di "Il
caso curioso di Benjamin Button", e cioè la vita. Un tema
semplice no? Si potrebbe dire che ogni film parli di vita, e
di certo non si sbaglierebbe: ogni storia di una persona è
si il percorso di uno, ma anche, al contempo l’unione di
tanti eventi, emozioni, ragionamenti, di tanti che avranno
provato, magari non esattamente uguali, ma simili, le stesse
situazioni. Qui però il discorso è alla radice, non si parla
di semplici punti in comune, di possibili interpretazioni.
La storia di Benjamin Button, inventata (ma non è
esattamente uguale al libro) da Francis Scott Fitzgerald in
un racconto del 1922, è emblema delle esistenze di tutti
perché di queste si preoccupa di prenderne l’aspetto
cruciale: l’approccio alla vita. Benjamin Button nasce
vecchio e crescendo ringiovanisce.
Potrebbe essere un freak, un uomo segnato, per la sua
diversità, a rimanere ai margini, a nascondersi dall’occhio
altrui, ma al contrario vive tranquillamente il suo essere
differente, conscio che niente gli verrà precluso, né
l’amore, né l’amicizia, né l’avventura. Non si impegna a
superare limiti o a abbattere ostacoli, che siano la
diffidenza o le problematiche reali (salvo nel finale,
quando si "allontana") che il suo ringiovanimento porta di
volta in volta, perché vive in pace con sé stesso. Non ci
sono barriere se non le si vuole vedere. Benjamin Button
diventa così forza motrice delle sfide che le persone che
incontrerà nel suo percorso avevano preferito abbandonare,
una sorta di angelo che non ha bisogno di parole per
illuminare gli altri, ma a cui basta esserci per dimostrare
da dove nasca la felicità (e in tal senso è perfetta la
scelta di Brad Pitt: molto bravo, ma anche dotato della
giusta bellezza necessaria per la forza del personaggio).
David Fincher, reduce dallo splendido e inquietante Zodiac,
segue quasi senza volersi far notare la sceneggiatura
magistralmente scritta (un film sulla vita di un uomo che va
"al contrario" non poteva che iniziare da "una" fine) da
Eric Roth, ma il suo è uno straordinario occhio
"invisibile". La crescita di un amore fatto di affinità
elettive, come quello tra Benjamin e Daisy, è costruito con
abili giochi di luce, con inquadrature tanto intime, quanto
mai invasive o ambigue. L’incedere, ora lento, ora veloce,
dello scorrere del tempo che in Zodiac si sintetizzava nella
splendida sequenza della costruzione dei grattacieli, qui
diventa cuore pulsante di tutta l’opera. Non è solo lo
straordinario trucco sul viso di Brad Pitt (per il quale è
stato utilizzato un innovativo sistema di motion capture),
ma tutto il film trasuda la volontà di ragionare sul
rapporto tra cinema e cronologia (si veda ad esempio la
ricostruzione dell’incidente di Daisy). La fotografia
seppiata che rende polverosi i ricordi non è che una scelta
fatta in tal senso: non è il cinema che fu, ma un cinema che
ancora è, un cinema fatto di immagini curate, di emozioni
suggerite e voglia di scavare dentro ognuno di noi.
Andrea D'Addio
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