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CAST
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Silvio Orlando, Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba
Rohrwacher, Serena Grandi, Gloria Cocco
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PREMI
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RECENSIONI
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Potevamo aspettarcelo, e così
è stato.
Quando Pupi Avati scrive una sceneggiatura, e puntualmente
la rappresenta in immagini, lo fa sempre con quella
meticolosità e sensibilità, che ormai ce l’hanno fatto
conoscere e amare.
Anche "Il papà di Giovanna", pellicola presentata in
concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2008, appare fin
da subito come un’opera sublime, per intensità narrativa e
coinvolgimento emozionale.
Una storia drammatica, in un periodo storico altrettanto
tormentato come quello della Seconda Guerra Mondiale, ed in
particolare nella Bologna del 1938, che vede protagonisti un
padre, professore di liceo, onesto, ma sopraffatto dagli
eventi, e una figlia, timida e introversa, e della loro
difficile sopravvivenza emotiva.
Accusata dell’omicidio della migliore amica e rinchiusa per
questo in un manicomio, Giovanna, se da una parte trova il
muro di silenzio e di indifferenza da parte della madre,
dall’altra guarda al padre come l’unico, vero appiglio di
speranza.
Pupi Avati, quasi in punta di piedi, costruisce un racconto
silenzioso, ma che nello stesso tempo appare logorante,
inquieto, mentre le note del fido Riz Ortolani, ci conducono
in una sfera intimistica, che va a toccare le corde più
profonde del rapporto padre – figlia.
La disabilità mentale vista non come divisione, ma anzi come
commovente legame, è il cardine di questa storia d’amore,
sentimento che il regista conosce bene, e che da tempo
esplora con successo.
Silvio Orlando, che con Avati non aveva mai lavorato, sembra
invece esserne uno degli attori feticcio più importanti.
Un’interpretazione sincera la sua, umile, mimica,
"vincente", che si fa amare.
Alba Rohrwacher, poi, ha quella fragilità dirompente,
stupefacente, che impressiona. Una grazia recitativa,
costruita senza virtuosismi di sorta, e che attraverso un
introspezione e una padronanza del ruolo, la consacrano,
dopo "Giorni e Nuvole" di Soldini (un David di Donatello
come miglior attrice non protagonista), come uno dei volti
più intensi e interessanti del cinema italiano degli ultimi
tempi.
Ma è un lavoro corale, di un cast semplicemente perfetto.
Da una Francesca Neri, forse in uno dei suoi ruoli più
"brutali", di madre (in)sensibile, fino ad Ezio Greggio, nel
suo primo ruolo drammatico, e che in maniera molto semplice
riesce a ritagliarsi lo spazio giusto, senza la presunzione
di chi protagonista già lo è in televisione.
Ma è quel tocco, neanche troppo nascosto di Pupi Avati, a
far sì che tutto sia così profondamente armonico.
La sua cura e ricerca nei dettagli (non solo nella
ricostruzione degli interni), e l’attenzione con la quale
protegge e aiuta i suoi attori sono quegli ingredienti in
più, che confermano quell’abilità descrittiva, alla quale
oggi è impossibile non rivolgere ammirazione.
Andrea Giordano
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