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CAST
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Clint Eastwood, Christopher Carley, Bee Vang, Ahney Her,
Brian Haley, Geraldine Hughes, Dreama Walker, Brian Howe,
John Carroll Lynch, William Hill, Scott Eastwood
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PREMI
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RECENSIONI
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E intanto Clint Eastwood non
sbaglia un film.
Prendendo spunto dal titolo di un vecchio album di Luca
Carboni, dopo aver visto l’ultimo film di Eastwood, la prima
considerazione che viene spontanea è proprio questa. Clint
Eastwood non sbaglia un film, per lo meno da sei anni a
questa parte e cioè a partire da quel "Mystic River" del
2003 a cui hanno fatto seguito ben cinque film (segno
peraltro di una notevole prolificità, quasi un film l’anno)
tutti caratterizzati da storie drammatiche che hanno lo
scopo di mettere in risalto i lati più profondi – ed oscuri
- dell’animo umano esponendo, ma in maniera soffice e senza
forzature, un messaggio di una grande forza morale.
Ed è quello che accade anche in "Gran Torino", forse in
maniera ancora più preponderante di quanto non sia accaduto
nelle precedenti opere.
"Gran Torino" è un modello sportivo di un auto prodotto
dalla Ford nei primi anni ’70 che Walt Kowalski tiene
gelosamente dentro il suo garage da più di trent’anni senza
mai usarla e pulendola regolarmente e mantenendola in
perfetta efficienza. L’auto è a tutti gli effetti l’alter
ego di Walt con il quale condivide l’esistenza.
Anziani e fuori mercato, vivono in solitudine – Walt, dopo
la morte della moglie, si concede al massimo una bevuta al
bar e trascorre i suoi pomeriggi sulla veranda assieme alla
vecchia cagnetta a stappare lattine di birra (da manuale
l’inquadratura di spalle di Walt, con il cane subito dopo e
l’auto sullo sfondo) -; entrambi vivono in un forzato esilio
fatto di brusche risposte ai vicini e pessimi rapporti con i
figli, il mondo per Walt è solo un catino colmo di "topi di
fogna" da criticare. Questo triste equilibrio fatto di
sigarette fumate come caramelle e prati tagliati con la
meticolosità di un certosino viene improvvisamente, ma forse
inevitabilmente, infranto dal mondo che gli ruota intorno
che come una marea neanche l’arcigno carattere di Walt
riesce ad arrestare.
Girato a Detroit dove un coacervo di razze (messicani,
asiatici, le vecchie generazioni di emigranti come italiani,
irlandesi e polacchi) si unisce e si combatte, si dileggia
dalle poltrone di un barbiere, con "Gran Torino" – scritto
da Dave Johannson e Nick Schenk – il regista e attore
americano torna alle tematiche della colpa e del perdono -
come in "Mystic River" – e dell’espiazione, disegnando il
conflitto tra la morale religiosa ed una concezione del
mondo più pragmatica, contrassegnata da chi ha combattuto
una guerra con la convinzione di essere stato dalla parte
giusta, e fornendoci uno dei finali più belli e struggenti
degli ultimi anni, che sembra concepito dai versetti del
Vangelo. Eastwood legge, esaltandone le peculiarità, la
sceneggiatura equilibrata che fa di Walt (da lui stesso
interpretato) il perno centrale della narrazione. Un
personaggio che se da una parte sputa battute come un cowboy
di Sam Peckinpack, dall’altra è l’incarnazione dell’"homo
faber" americano, uno che "con il cacciavite in mano fa
miracoli".
Ed è probabilmente questa estrema concretezza che lo
condurrà all’ultimo capitale sacrificio grazie al quale
consentirà un futuro a chi ha dato un senso ad una vita
vissuta nel rimorso di qualcosa di irraccontabile.
Daniele Sesti
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